C’era una volta il sesso, o meglio, la libido. Era un’area sacra ed inviolabile, l’ultimo baluardo di un es freudiano ingabbiato dalla paura, vituperato dalla morale, imprigionato dalla legge in nome proprio di quella libertà che esso rivendica per natura.
La società imponeva compromessi, moderazioni, autocensure, castrazioni chimiche e mediatiche, creando maschere pesanti e deformanti da indossare ovunque: al lavoro, con gli amici, in chiesa, perfino in famiglia. Ma in camera da letto, una volta chiusa quella maledetta porta che ci separa dal resto del mondo, almeno lì!, la maschera cadeva e tra le lenzuola comandava un unico dio: il fallo ctonio, quello primordiale, l’istinto primario ed insopprimibile che nessuna cintura di castità è mai – fortunatamente – riuscita a debellare, a ridurre in schiavitù, a piegare alle regole della buona creanza, del bon-ton, sul quale nessuna accademia ha mai pubblicato un galateo perché il fallo solare (il logos, la parola, il membro che si evolve da quello ctonio e che ha come fine penetrare la società) non vi ha alcun dominio.
Ora il fallo solare si avventa su quello ctonio e cerca di manipolarlo, strumentalizzarlo. Una masturbazione metaforica autocannibile, dato che la libido è la pulsione originaria e principale – addirittura l’unica secondo Freud –, ovvero quella forma di energia junghiana dalla cui sublimazione nasce l’interesse verso scopi solari, come l’arte, la ricerca, la politica. Insomma, il desiderio sessuale ci mette sia il carbone che il fuochista, mentre la mente ci mette il macchinista che guida il treno facendogli svolgere servizi utili alla collettività. Adesso, è come se il macchinista si rivoltasse contro il fuochista e gettasse tutto il carbone giù dal treno.
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